LATINA – 02 GEN – Ieri pomeriggio il vescovo Mariano Crociata ha presieduto, nella cattedrale di S. Marco, la celebrazione nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Un momento cui è associata anche la presentazione alle autorità politiche e istituzionali pontine del Messaggio di papa Francesco per la 50ma Giornata mondiale della Pace, ricorrenza fissata al 1° gennaio, sul tema «La nonviolenza: stile di una politica per la pace».
Nel corso della sua omelia, il vescovo Crociata, tra le varie cose ha posto attenzione «su come la nonviolenza sia praticabile nell’esercizio di responsabilità sociali di qualsivoglia genere». Ha suggerito tre spunti per prolungare la riflessione personale e svolgere ulteriori valutazioni.

Si riporta di seguito parte dell’omelia.

“Il primo spunto si riferisce ai fenomeni di violenza così presenti nella nostra società, da quella perpetrata dalle organizzazioni dedite alla malavita fino alla violenza privata, mossa da interessi economici o da motivi passionali e relazionali. Vi troviamo i sintomi di una patologia sociale che va curata e verso la quale la coscienza della società civile non dovrebbe mai attenuare il livello di riprovazione e di condanna morale, senza omettere però l’impegno a capire e rimuovere le cause ambientali e personali che la favoriscono.
Un secondo spunto lo traggo da una considerazione sull’esercizio delle pubbliche responsabilità, piccole o grandi che siano, a tutti i livelli. Qui la violenza prende la forma di costrizione esercitata avvalendosi della propria collocazione gerarchica o da qualsivoglia posizione di potere o di forza comunque detenuta. Vengono in mente le parole di Giovanni Battista alla domanda dei soldati: che cosa dobbiamo fare? «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe» (Lc 3,14). Non è in discussione la legalità, poiché ci riferiamo a comportamenti tenuti entro il perimetro della legalità, ma a quei comportamenti che esercitano una pressione indebita che altera l’autonomia e la libertà delle persone. Essi diventano fonte di tensione relazionale e di una violenza potenziale che cova dentro il tessuto sociale, destinato a produrre malessere fino a manifestarsi con aggressività e soprusi, se non con fenomeni peggiori.
Di qui il terzo spunto. Esso riguarda la persona, cioè ciascuno di noi. Violenza e nonviolenza abitano il nostro cuore. La violenza sorge come emozione disordinata e incontrollata dentro la persona, rivelando uno squilibrio tra le sue forze interiori, le quali, prive di governo e di guida, tendono a esternarsi in maniera istintuale e irrazionale, nel caso più estremo anche in forma di violenza fisica; ma prima di arrivare ad essa, si manifesta in maniera non verbale o con parole cariche appunto di rabbia e di violenza. Spesso ciò che manca è un percorso educativo che conduca le persone a capirsi, riconoscersi e guidare in maniera equilibrata e orientata al bene le proprie reazioni e le energie fisiche, psichiche e spirituali. È un impegno per ciascuno verso se stesso ed è un impegno verso la collettività da parte di chi ha responsabilità pubbliche”.